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Nati dalla roccia…
La roccia non ha grembo, eppure da essa un paese è nato. Nelle strade tra le case, sotto gli altari delle chiese, nelle mani scavate dai mestieri, nell’ invecchiare seduti sui muri, la roccia è sempre lì, presente, imperturbabile.
Nessuno sa dire quando sia nata sotto i nostri piedi, ma gli uomini che la scelsero per farci sopra un paese hanno visto in lei una madre invincibile, dalla pelle grigia e gli spigoli duri, sempre madre anche con la pioggia battente, il vento sferzante, il sole che fa gocciolare le fronti.
Piedi d’acqua fresca di fiume ed occhi di caverne profonde fino al cuore, spalle alte come catene montuose e mani di rami d’ulivo intrecciate di nodi.
La roccia non ha grembo, eppure Castelcivita è nata.
Noi lo siamo, nati dalla roccia.

Castelcivita, la sua storia…

L’uomo a Castelcivita, prima della storia

A Castelcivita la vita tra l’uomo e la roccia è una simbiosi arcaica, che risale a… 39.000 fa! Custodiamo i resti di quell’insediamento preistorico all’ingresso delle nostre grotte. E’ qui che, spessi strati di terra ed ignimbrite campana, hanno conservato importanti reperti per millenni. La frequentazione umana in questo luogo riveste una straordinaria importanza nel ricostruire l’esistenza dell’uomo sulla Terra, in quanto si tratta di uno dei pochi insediamenti italiani in cui è possibile studiare le modalità e le dinamiche attraverso le quali gli Homo Sapiens si sostituirono agli ultimi Neandertaliani. Le indagini scientifiche sono tutt’ora in corso e stanno continuando a fornire delle indicazioni straordinarie, finanche sull’alimentazione dell’epoca.

Castelcivita, rifugio dalla Peste

Durante la violenta peste del 1656 divenimmo uno dei luoghi più sicuri della Campania. A differenza di altri insediamenti, infatti, la nostra comunità fu interamente preservata dalla malattia ed in molti accorrevano da tutta la regione per rifugiarvisi. All’interno della cittadella fortificata stabilimmo delle rigorose regole per difenderci dalla dilagante epidemia: consentimmo l’accesso soltanto a chi avesse osservato il periodo di quarantena nei lazzaretti fuori le mura, dimostrando una straordinaria organizzazione sanitaria ed una ammirevole disciplina sociale. Questo successo, inoltre, infervorì la devozione di noi Castulcesi verso i nostri santi protettori. Alla fine della peste moltiplicammo le processioni, le preghiere e gli atti penitenziali, in segno di ringraziamento per l’intercessione dei santi protettori San Rocco, San Sebastiano e Santa Sofia, accrescendo il forte spirito religioso che da sempre ci ha contraddistinto.

Quann sì ngoppa, mena prete

Era il 1799. A Napoli era stata proclamata la Repubblica Partenopea e l’esercito francese del generale Schipani procedeva nell’occupazione della regione con il fine di soffocare l’opposizione dei ceti bassi e dei piccoli borghi guidati dalle istituzioni dell’Antico Regime. L’avanzata era inesorabile. Eboli, Albanella e finanche Roccadaspide, il più importante feudo della valle del Calore, erano cadute nelle mani dei francesi. Ormai, dall’altra sponda del fiume non rimanevamo che noi, la Castelluccia. Ed è proprio ai piedi delle antiche mura che l’avanzata dei francesi si arrestò. La resistenza fu memorabile. Coraggiosi, tenaci e forti della nostra posizione strategica, preferimmo la lotta alla resa. Perfino le nostre donne, dall’alto delle mura, gettavano grossi macigni ed acqua bollente. La Castelluccia era inespugnabile. Ed ancora oggi vale il detto “quann sì ngoppa, mena prete!”

Castelcivita oggi

Il nostro nome, Castelcivita, è “giovanissimo” ed ha poco più di 150 anni. Fu un decreto regio a sancirlo, nel 1861, per non confonderci con le altre “castellucce” presenti in tutta la penisola. Si decise di unire i nomi delle nostre due antiche comunità, la Castelluccia e la Civita. Eppure, dopo più di un secolo, nel gergo locale veniamo ancora chiamati “i Castulcisi”, gli abitanti “r’a’ Castelluccia”.

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